Mar17102017

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Distruzione armi chimiche: pericolo per il Mediterraneo

mareIonio
“La distruzione di circa 800 tonnellate di armi chimiche siriane che verrà fatta, nei prossimi giorni, nelle acque del Mediterraneo con il metodo dell’idrolisi rischia di colpire e danneggiare le coste e il mare dell’Italia meridionale e della Grecia con gravi e imprevedibili ripercussioni sulle popolazioni di quelle aree.

"Considerato che il metodo dell’idrolisi non è mai stato sperimentato prima in mare, e che non c’è nessuna garanzia che tutto proceda con sicurezza, i cittadini delle regioni che si affacciano nel Mediterraneo, già martoriati da numerose emergenze ambientali, verranno usati come cavie e abbandonati a se stessi nell’ambito di un’operazione militare internazionale che non ha visto le comunità locali coinvolte ed informate sulle conseguenze”.
  
L’allarme lo lanciano gli europarlamentari del M5S Piernicola Pedicini e Laura Ferrara in riferimento alla manifestazione di protesta organizzata oggi e domani da varie associazioni ambientaliste itallo-greche a Souda sull’isola di Creta nei pressi della base militare Nato Natoica.
  
La grave vicenda è stata già posta all’attenzione del Parlamento Europeo dal M5S, durante la sessione plenaria del 15 luglio scorso. Con un intervento in aula, l’eurodeputato Pedicini ha evidenziato che sono a rischio la salute dei cittadini, l'ecosistema marino, la pesca,  il turismo e una serie di attività produttive che interessano l'intero Mediterraneo e le regioni circostanti, in più ha chiesto di sapere quali siano le procedure e i piani di evacuazione in caso di emergenza ambientale. Non vorrei – ha aggiunto – che diventi un modello continuare a utilizzare le aree più povere dell’Italia e dell’Europa del Sud per smaltire e trafficare rifiuti nocivi leciti e illeciti senza considerare i disastri ambientali che potrebbero essere prodotti".
  
“Ora, – hanno evidenziato i portavoce europei del M5S Piernicola Pedicini e Laura Ferrara - grazie alla mobilitazione dei cittadini di Creta, bisogna fare in modo che la questione abbia un’attenzione internazionale e spinga l’Onu, che sta gestendo le operazioni in accordo con Stati Uniti, Russia e Unione Europea, a rivedere il piano di distruzione delle bombe chimiche siriane nel mar Mediterraneo”.
 
“Solitamente – spiega Pedicini, che è un ricercatore fisico-medico - le sostanze chimiche vengono distrutte tramite combustione in impianti specifici dotati di opportune infrastrutture. Questi impianti esistono da tempo e svolgono questo tipo di operazioni negli Stati Uniti, in Germania, Francia, Russia, Cina ed altri Paesi. In questo caso, però, trattandosi di un problema politico-militare, nessuno si è voluto assumere la responsabilità di effettuare la distruzione delle bombe chimiche siriane, così si è ricorso al metodo di idrolisi in mare aperto, nonostante, per ammissione indiretta degli americani, questo metodo potrebbe essere rischioso: infatti, il mar Mediterraneo sarebbe stato scelto proprio perché è chiuso. Negli oceani la dissoluzione delle sostanze sarebbe stata agevolata dalla più grande quantità d’acqua, ma, in un mare aperto, la possibilità di onde marine di grande altezza e quindi di incidenti è sostanzialmente maggiore. Il luogo scelto per questa operazione di idrolisi è nel triangolo del Mediterraneo che si estende a sud del mar Jonio tra Malta e isole greche”.
 
“Ci auguriamo – concludono Piernicola Pedicini e Laura Ferrara - che la messa in atto dell' idrolisi  in mare non rappresenti un precedente per avallare future operazioni di tale pericolosa portata, instaurando un allarmante modus operandi".