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Roma e provincia

Mafia Capitale: alleanza tra criminalità e politica per gestire appalti e assunzioni

campidoglio indagini
Il sindaco Marino: "Sono un sindaco marziano che non si siede a quei tavoli, anzi nemmeno li conosce".
 
Le accuse sono gravissime: associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio e altri reati. Un terremoto che ieri ha colpito la politica romana con l'esecuzione di 37 custodi cautelari, 28 in carcere e nove ai domiciliari. Le indagini parlano di un’alleanza tra criminalità e politica che per anni ha gestito appalti e assunzioni in Comune e Regione. Inoltre, secondo quanto riferito dagli investigatori il, sistema economico-criminale avrebbe finanziato la politica.
Tra gli oltre cento indagati a piede libero troviamo l'ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, il suo capo della segreteria Antonio Lucarelli, l'ex capogruppo Pdl in Aula Giulio Cesare, Luca Gramazio. Ma anche esponenti dell'attuale maggioranza capitolina come il presidente dell'Assemblea Mirko Coratti e l'assessore alla Casa, Daniele Ozzimo. E anche il consigliere regionale democratico Eugenio Patané. "Dimostrerò la mia totale estraneità a ogni addebito e da questa incredibile vicenda - ha detto Alemanno - ne uscirò a testa alta. Chi mi conosce sa bene che organizzazioni mafiose e criminali di ogni genere io le ho sempre combattute a viso aperto e senza indulgenza".

All'indomani dello scandalo fa sentire la propria voce anche l'attuale primo cittadino che difende la "sua" amministrazione che "ha sbarrato le porte a chiunque volesse influenzarla in qualsiasi modo. E d’altra parte - spiega intervistato dalla Stampa -anche io mi sono chiesto, ma questi attacchi violenti a 360 gradi contro di me, con una destra che urlava dimissioni per una Panda rossa che aveva tutto il diritto, essendo la Panda del sindaco, di attraversare il centro storico di Roma, da dove nascono?’. Ci sarebbe stata una manovra per cacciarla? "Sono un sindaco marziano che non si siede a quei tavoli, anzi nemmeno li conosce. L’unica possibilità per continuare con quel metodo era togliermi di mezzo. E questo mi da più forza per andare avanti in una città che amo e che è la capitale del mio Paese".
 
Deus ex machina dell'organizzazione l'ex terrorista dei Nar, Massimo Carminati. Secondo la procura di Roma "impartiva le direttive agli altri partecipi, forniva loro schede dedicate per comunicazioni riservate e manteneva i rapporti con gli esponenti delle altre organizzazioni criminali, con pezzi della politica e del mondo istituzionale, finanziario e con appartenenti alle forze dell'ordine e ai servizi segreti". Gli investigatori spiegano che le indagini hanno accertato l’operatività di una ramificata e pervasiva struttura mafiosa, nota come “Mafia Capitale” che, nel tempo, "ha assunto caratteri di originalità, differenziandosi significativamente dalle cosiddette mafie tradizionali". Avvalendosi dello storico legame con esponenti dell’estrema destra romana, alcuni dei quali divenuti esponenti politici o manager pubblici, "il sodalizio si è gradualmente dimensionato in un’organizzazione di tipo evoluto, dedita alla sistematica infiltrazione del tessuto economico ed istituzionale, con una struttura tipicamente mafiosa ed un apparato in grado di gestire i diversificati interessi illeciti". I
 
In particolare, per quanto attiene alla mafiosità del sodalizio, sono stati acquisiti tutti gli elementi che ne caratterizzano la sussistenza, con riferimento alla struttura gerarchizzata, alla segretezza e al rispetto del vincolo associativo, all’assistenza legale fornita agli affiliati detenuti ed ai familiari, alla disponibilità di armi ed, in primo luogo, all’utilizzo del così detto metodo mafioso connotato dall’esercizio di un forte potere intimidatorio. In tale ambito, spiegano gli inquirenti, sono emersi anche gli stretti rapporti con esponenti apicali di organizzazioni criminali operanti nella Capitale, quali i Casamonica, Michele Senese, Ernesto Diotallevi e Giovanni De Carlo, oltre al clan mafioso catanese del Santapaola.
 
Intricato il legame con il mondo imprenditoriale: agli arresti, tra gli altri, è finito l'ex capo della municipalizzata romana Ama, Franco Panzironi, l'ex ad della stessa azienda Giovanni Fiscon, e l'ex amministratore delegato di Ente Eur, Riccardo Mancini, soggetti che per i pm hanno fatto dal 2008 al 2013 da garante o da tramite "dei rapporti del sodalizio con l'amministrazione comunale". La lista, poi, comprende anche il manager Fabrizio Franco Testa, già coinvolto nell'inchiesta sugli appalti Enav e accusato di associazione di tipo mafiosa, accusato di "coordinare le attività corruttive dell'associazione" e di "occuparsi della nomina di persone gradite all'organizzazione in posti chiave della pubblica amministrazione".
Altro ruolo chiave è quello di Salvatore Buzzi, amministratore e coordinatore di varie società cooperative, incaricato di seguire le gare pubbliche e corrompere i politici e gli amministratori di turno. Il procuratore Pignatone in una conferenza stampa ha parlato di una nuova associazione "che noi abbiamo definito 'Mafia Capitale' e che presenta caratteri di originarietà e di originalità. Originarietà perché è un'organizzazione appunto romana, senza collegamenti con le altre organizzazioni meridionali classiche con cui però ha rapporti sul piano di parità. Originalità, perché ha dei suoi caratteri diversi dalle altre organizzazioni classiche meridionali, derivanti dal fatto appunto di essere romana". Nel suo intervento Pignatone ha voluto ricordare quali sono i casi in cui si può prefigurare il reato di associazione di stampo mafioso: "Di solito quando parliamo di mafia abbiamo sempre dei modelli in mente quello di Cosa Nostra siciliana su cui peraltro è stato strutturato originariamente l'articolo 416 bis". Cioè, spiega, "pensiamo sempre a gruppi numerosi con centinaia o migliaia di associati. Controllo quasi militare del territorio, uso continuo e manifesto della violenza, prevalenza degli affari illeciti su quelli leciti".
 
Per il procuratore capo di Roma, "in realtà questa rappresentazione va cambiata anche per le mafie tradizionali che si sono evolute. Quello che però a noi interessa è il 416 bis, il quale prevede un numero minimo di associati, non prevede come requisito indispensabile il controllo del territorio, ma prevede come elemento costitutivo del reato il metodo mafioso". "Come dice la Cassazione - ha spiegato ancora Pignatone - e come è fondamentale riuscire capire, la forza di l'intimidazione può esplicarsi con mezzi e con i modi più vari, anche senza armi, sempre che sia trasmessa all'esterno la sensazione o se si vuole la persuasione dell'ineluttabilità del male o dei mali che vengono di volta in volta minacciati nel momento in cui la carica di pressione comincia a farsi sentire i suoi effetti. Quello è quello che avviene con l'organizzazione che fa riferimento a Massimo Carminati, che sfrutta ovviamente il prestigio criminale che gli deriva dal suo passato - dalla banda della Magliana e dall'eversione di destra -, è che si registra la convinzione generale, per altro del tutto giustificata, della capacità di ricorrere ancora oggi, nel 2014, alla violenza per creare assoggettamento, intimidazione e omertà per perseguire i metodi leciti ed illeciti. In una parola questa organizzazione usa il metodo mafioso". A Roma dunque opera "un'organizzazione mafiosa". (fonte: Il Velino)